Un contributo di Francesco Lorusso dopo l'iniziativa del 29 novembre promossa dal Comitato "28 novembre", ARCI Bari, CGIL Bari, ANPI e Rete della conoscenza.

Che legame c’è tra la militanza antifascista degli anni 70 e quella dei nostri giorni? Su questa domanda ci siamo incontrati e abbiamo discusso in occasione dell’anniversario della scomparsa di Benedetto Petrone. Vecchie e nuove generazioni a confronto, per riscoprire i valori e le pratiche che uniscono tempi lontani, nella prospettiva di proseguire il cammino che accomuna tutti noi.

Il ricordo è importante, raccontare quei giorni, quel tragico e vigliacco assassinio che costò la vita a un ragazzo, serve a tener viva la memoria, non relegare episodi a una sorta di archivio di lotta, buono solo per una rituale celebrazione, una liturgia della militanza che non può stimolare chi quei giorni non li ha vissuti.

Cosa può e deve fare la comunità antifascista per aprire gli occhi dei giovani? Innanzitutto parlare con essi, non da maestra, ma da interlocutrice. L’esperienza fa scuola, ma occhi nuovi e giovani possono dare una visione critica e innovativa di problemi tutt’altro che risolti. Viviamo in un periodo di oppressione e fascistizzazione della società. Sotto nuove spoglie rifiorisce lo stesso germe della reazione, del servilismo al potere e non al popolo. In tempi di crisi rinascono i cani da guardia, per un sistema che più è in difficoltà più fa ricadere le sue contraddizioni e la sua violenza sui cittadini. Il fascismo è cambiato, ma non ha perso la sua natura. Ora le camicie nere sono in giacca e cravatta. Li troviamo nel mondo delle istituzioni, della finanza, delle forze dell’ordine. La resistenza a tutto ciò nasce dall’unione e dalla solidarietà.

Benedetto può avere ancora quella capacità di unire le lotte e la militanza antifascista, anche per chi non l’ha potuto conoscere. E può farlo facendosi conoscere per bocca di chi gli era accanto, i compagni e la famiglia. In questo spirito è nato l’incontro tra le diverse anime che vi hanno partecipato. Di Benedetto e le sue battaglie se n’è parlato tanto, della sua militanza e la sua vita politica molti ne hanno scritto. Ma il desiderio mio era quello di sapere chi fosse come persona, nella vita quotidiana e nella propria famiglia. La sorella Porzia, ha accolto questa richiesta e ha voluto raccontarmi che persona fosse, la generosità e l’affetto che aveva e che riusciva a farsi avere da chi gli era accanto.  E’ stato un momento toccante, le parole che arrivavano direttamente da chi ha sofferto più di tutti ma che è stata capace di tradurre il dolore in azione politica.

Ha spiegato in modo semplice la lezione più importante. La lotta e gli ideali antifascisti non nascono semplicemente da letture o ideologie, nascono dal lato umano delle persone. Se si è mossi da amore per il prossimo, da sentimenti di giustizia, da affetto per i propri cari e i propri compagni, l’antifascismo è solo la diretta conseguenza. Un’espressione di insofferenza verso le ingiustizie e la violenza reazionaria del sistema. Uno spirito di solidarietà nella difesa contro l’oppressione verso i più deboli. Questa è la lezione di Benedetto. Una lezione che va oltre quell’oscuro giorno di 37 anni fa, oltre i confini della nostra città, oltre le generazioni che si susseguono.

E così “Benny è vivo e lotta insieme a noi”, non è più uno slogan, è diventato realtà.