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L’ARCI è un’associazione popolare presente su tutto il territorio nazionale, con migliaia di circoli ed oltre un milione di soci. Nasce per promuovere attività culturali partendo dal basso, in un’ottica di valorizzazione collettiva di passioni e competenze.

I tanti circoli dislocati per il Paese svolgono la loro funzione di sensibilizzazione e coinvolgimento mirati alla crescita della consapevolezza delle comunità nelle quali operano in svariati modi. È questo che caratterizza l’agire dell’ARCI ad ogni latitudine e longitudine: la pratica concreta e tangibile del pluralismo. Nella provincia di Brindisi le associazioni affiliate sono dieci e operano a stretto contatto con i propri soci al fine di ideare e realizzare eventi in grado di coinvolgere e stimolare costantemente il tessuto sociale della comunità coinvolta.

 

Grazie a questo spazio, proviamo a far ordine tra i tanti appuntamenti organizzati dai circoli per il mese di marzo:

 

  • 03/03/2017 San Pietro Vernotico – Per la rassegna “musica in vinile” promossa da La Factory si esibisce DJ Sandro Litti. Start ore 22:00, ingresso gratuito riservato ai soci arci. Link Evento
  • 04/03/2017 Fasano – Al circolo ARCI Eliogabalo, RHINO presenta il suo nuovo album “Cane Randagio”. Start ore 22:00, ingresso gratuito riservato ai soci arci. Link Evento
  • Dal 04/03/2017 al 05/03/2017 Mesagne – L’accademia di cinema e scrittura creativa CineScript del circolo Cabiria invita ad unirsi ai laboratori gratuiti di scrittura creativa, scrittura autobiografica, dizione e lettura espressiva. Per maggiori info clicca qui
  • 09/03/2017 Mesagne – ARCI La Manovella presenta il laboratorio teatrale di base “Teatro a Manovella” tenuto da Francesca Danese. Per maggiori info clicca qui
  • 10/03/2017 Mesagne ÀSPRO: concerto del trio composto da Valerio Daniele, Ninfa Giannuzzi, Giorgio Distante organizzato da La Manovella. Link Evento
  • 12/03/2017 Mesagne - Circolo ARCI Cabiria: proiezione del film 'Luna di fiele' all'interno della rassegna cinematografica a tema 'eros e dinamiche sessuali'. Per maggiori info clicca qui
  • 16/03/2017 Cellino San Marco - Circolo ARCI Roots: presentazione del libro 'Cellino Novecento' del prof. Pietro Caprioli. Per maggiori info clicca qui
  • 17/03/2017 Fasano - Circolo ARCI Eliogabalo: doppio live con gli TOUGBOZUKA e i Lotus Haters. Per maggiori info clicca qui
  • 17/03/2017 San Pietro Vernotico - Circolo ARCI LaFactory: serata live con Rafqu e Simone Perrone che presentano il nuovo progetto 'Una ragazza in duo'. Per maggiori info clicca qui
  • 17/03/2017 Mesagne - Circolo ARCI La Manovella: concerto del trio acustico Semeraro-Esperti-Bartolo Jazz. Per maggiori info clicca qui
  • 18/03/2017 Fasano - ARCI Brindisi collabora con il Laboratorio Urbano Bollenti Spiriti ad una cena multietnica, occasione di scambio, conoscenza attraverso piatti tipici dei vari Paesi del mondo. Per maggiori info clicca qui
  • 18/03/2017 Mesagne - Circolo ARCI Cabiria: proiezione del film 'L'amore è imperfetto' all'interno della rassegna cinematografica a tema 'eros e dinamiche sessuali'. Per maggiori info clicca qui
  • 18/03/2017 Francavilla Fontana - Il Circo della Farfalla: serata live col gruppo indie folk 'Heidi for President'. Per maggiori info clicca qui
  • 21/03/2017 Mesagne - Circolo ARCI La Manovella: in occasione della Giornata mondiale della Poesia sarà di scena Spoken!, progetto di Spoken Word realizzato da Massimo Pasca in collaborazione con Emanuele Flandoli. Per maggiori info clicca qui
  • 23/03/2017 Mesagne - Circolo ARCI La Manovella: concerto del cantautore Emanuele Colandrea. Per maggiori info clicca qui
  • 26/03/2017 Mesagne - Circolo ARCI Cabiria: proiezione del film 'Venere in pelliccia' all'interno della rassegna cinematografica a tema 'eros e dinamiche sessuali'. Per maggiori info clicca qui

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Più di 5mila. È il dato drammatico registrato al termine dell’anno 2016. Si tratta dei migranti morti nel tentativo di traversare il Mar Mediterraneo che, lo si dice ormai da tempo, assume sempre più la forma del più grande cimitero del mondo. Solo l’anno prima il bilancio fu di 3771, il che evidenzia un incremento tragicamente significativo.
Numeri, si parla di numeri. Non rendendosi conto che dietro ogni unità c’è un essere umano perito per cercare condizioni accettabili ed una vita dignitosa, opportunità per sé e per la sua famiglia dalla quale spesso è costretto a dividersi. Uomini, donne e bambini morti affogati, non numeri. E anche se riescono a raggiungere le sponde europee non trovano certo ciò che si aspettano, ciò che hanno sognato con quella speranza così forte ed intensa che solo la disperazione ti può portare ad avere. Basterebbe questo: mettersi nei loro panni, guardare il mondo attraverso i loro occhi per capire ciò che hanno dovuto sopportare, toccare la loro sofferenza, immedesimarsi nella voglia di riscatto dalle ingiustizie subite; comprendere cosa vuol dire oltrepassare il crinale e giungere all’estrema decisione di mettere a rischio la propria vita e quella dei propri cari pur di fuggire. “Partendo sarei potuto morire, ne sono consapevole. Ma rimanendo sarei morto sicuramente”, l’ammissione di coloro che ce la fanno.

I numeri servono però a comprendere meglio il fenomeno, conoscerne la portata, dare gli strumenti per discernere tra ciò che è vero e ciò che non lo è, tra quello che è esperienza reale, vita vera, e ciò che viene strumentalmente raccontato per alimentare un clima di intolleranza divenuto oramai insopportabile. Solo una settimana fa, Matteo Salvini inneggiava alla ‘pulizia di massa’. Un termine che fa rabbrividire, che ricorda i tempi più oscuri della storia europea. Un’epoca che si pensa lontana, superata, che si crede non possa più tornare, anche se i campanelli d’allarme sono tanti: da Trump in America ad Orbán in Ungheria, da Le Pen in Francia a Nuttall nel Regno Unito. Abbiamo il dovere storico di vigilare, di arginare e respingere i rigurgiti xenofobi e fascisti che provano ad attecchire lì dove c’è il disagio, alimentandosi della rabbia. Abbiamo il dovere di organizzare la diserzione della guerra tra poveri, di unire ciò che il capitalismo ha diviso, di ‘Restare umani’, per ricordare una cara espressione di Vittorio Arrigoni.


Quale invasione?


Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), sono arrivati via mare in Europa oltre 1,8 milioni di migranti tra il 2008 e settembre del 2016. Anche se queste persone fossero ancora tutte in Europa (e sappiamo che non è così), rappresenterebbero solamente lo 0,36% della popolazione europea. In
particolare, in Italia, i migranti arrivati nel medesimo periodo sono stati 625.734; nulla a confronto dei 61 milioni della popolazione nazionale.
Dei 59,5 milioni di profughi registrati dall’UNHCR alla fine del 2014, solo 1,5 milioni sono stati accolti in Europa, una frazione piccolissima rispetto al totale. Basti pensare che Turchia e Libano insieme ne accolgono il doppio.
Sempre grazie alle stime dell’UNHCR, scopriamo che tra i primi otto Paesi con più profughi procapite non ce n’è neanche uno europeo. L’Italia accoglie circa un profugo ogni mille, molto al di sotto di Paesi come la Svezia, che ne accoglie quasi 15 ogni mille, o la Germania e la Francia che ne accolgono più di 3 ogni mille. Senza contare che, in Medio Oriente, il Libano accoglie circa 1,1 milioni di profughi (un quarto della popolazione del Paese) e la Giordania 664mila profughi (cioè 90 ogni mille abitanti).
‘Aiutiamoli a casa loro!’ tuonano talvolta taluni. Probabilmente non sanno che nel 2011 il Governo italiano (sostenuto proprio dall’asse Popolo della Libertà - Lega Nord) ha operato un taglio del 45% ai fondi destinati alla cooperazione e allo sviluppo, stanziando effettivamente 179 milioni di euro, la cifra più bassa degli ultimi 20 anni. L’Italia destina a questo ambito lo 0,2% del PIL collocandosi agli ultimi posti per stanziamenti tra i Paesi occidentali; ciò denota chiare scelte politiche. Non dimenticando del resto che ‘casa loro’ spesso è stata rasa al suolo da una bomba prodotta dagli stessi Paesi occidentali.
Ma da dove provengono migranti e rifugiati che arrivano in Italia? Secondo l’UNHCR i Paesi più rappresentati negli sbarchi avvenuti nel 2016 sono la Nigeria (21%) e l’Eritrea (12%). Si può perciò affermare che il flusso di migranti in fuga dalla Siria si sia arrestato; ma non è di certo cessato quello di chi fugge da conflitti o gravi violazioni dei diritti umani.
Le incursioni del gruppo terroristico Boko Haram sono le principali responsabili dell’emigrazione dalla Nigeria, un Paese in cui solo nel 2015 sono state registrate quasi 11mila morti violente. L’intero territorio nazionale è caratterizzato da un clima di violenze diffuse ed indiscriminate a causa dei conflitti armati.
L’Eritrea è dominata da un ventennio dalla dittatura di Isaias Afewerki; oltre alla mancanza di libertà civili e politiche, tra le cause della fuga c’è il servizio militare obbligatorio sia per gli uomini che per le donne, dai 17 anni e di durata potenzialmente illimitata.
La maggior parte dei flussi migratori diretti in Italia ha quindi origine nel continente africano ed è spinta da evidenti fattori di instabilità politica e sociale. Ad ulteriore conferma che, ad oggi, non si è aperta nessuna nuova rotta dal Medio Oriente verso l’Italia, c’è la provenienza delle imbarcazioni: nel 2016 ben l’82% dei migranti è partito dalla Libia.
La maggior parte degli stranieri in Italia sono cristiani oppure atei, solo in piccola parte professano l’Islam.
Nel 1993 i musulmani in Italia erano circa 318mila su un totale di circa un milione di stranieri, dunque meno di un terzo della comunità immigrata. Nonostante le trasformazioni geopolitiche ed i cambiamenti nella composizione dei flussi, da allora la situazione non è cambiata molto. Nella redistribuzione complessiva delle credenze religiose in Italia, non è cresciuta quella musulmana.
Basta leggere i dati demografici italiani per scoprire che, mentre la popolazione straniera è passata dall’1,7% all’8,2% nel 2014, i musulmani sono passati dallo 0,5% al 2,6% della popolazione. Ciò vuol dire che la loro crescita è proporzionale a quella totale degli stranieri in Italia. L’anno scorso, tra i migranti nel nostro Paese, il 32,9% era musulmano a fronte di un 53,9% di cristiani.
Negli ultimi venti anni il fenomeno migratorio ha subito un incremento in tutto il mondo. La presenza di stranieri in Italia è aumentata, la delinquenza no. La percezione distorta che si ha del fenomeno deriva probabilmente dal fatto che si considerano tra i reati degli stranieri quelli degli irregolari che all’87% sono accusati di reato di clandestinità, reato introdotto nel 2009, che consiste semplicemente nell’aver messo piede sul suolo italiano. Altro elemento di distorsione della percezione generale è la modalità con cui i media d’informazione generalista (e non) riportano le notizie. Se giornali e telegiornali specificano la nazionalità di chi commette un reato solo nel caso in cui non sia italiana, a lungo andare, anche in maniera inconsapevole, si introietterà la falsa verità che gli stranieri delinquono. Basti pensare all’intolleranza violenta ed indiscriminata che si scatena ogni qual volta un migrante compia un reato. Ma i migranti nei fatti delinquono meno degli italiani: i dati dicono che negli ultimi 10 anni le denunce contro gli italiani, a fronte di una diminuzione della popolazione, sono aumentate del 28%; nello stesso periodo, a fronte di una popolazione immigrata più che raddoppiata, le denunce sono invece calate del 6%.
Un altro quesito che può facilitare la comprensione della portata del fenomeno migratorio è: quanti sono invece gli italiani all’estero? Sono più dei migranti che arrivano in Italia. Nel 2015, per la prima volta dopo molti anni, la stima degli italiani espatriati ha superato quella degli stranieri registrati all’anagrafe italiana; nel 2014 le due cifre si equivalevano.
Secondo il Dossier statistico immigrazione 2016, gli stranieri residenti in Italia sono 5.026.153, l’8% della popolazione. Dall’altra parte, nel 2015 gli italiani migrati all’estero ha toccato quota 5,2 milioni, per un saldo negativo di circa 200mila.
Non c’è alcuna invasione.


Luca Ruggiero - ARCI Brindisi

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Quanto accaduto nell’aprile del 2016 a Cellino San Marco – un piccolo comune della provincia di Brindisi – è in netta controtendenza rispetto ad un contesto storico in cui individualismo e precarietà regnano sovrani.

Nella primavera dello scorso anno, infatti, una comunità intera sceglie di unirsi e aggregarsi attorno all’idea di un nuovo circolo Arci impegnato socialmente nel rilancio di attività culturali e ricreative pensate per i più grandi e i più piccoli. Abbiamo lasciato raccontare questa storia a Stefano Saracino – presidente dell’associazione ARCI Roots – in occasione del primo articolo scritto per la rassegna “RaccontARCI” ideata da ARCI Brindisi per valorizzare e promuovere i propri circoli.

“Tutto il paese ha contribuito come poteva mettendo a disposizione risorse, mezzi ed impegno e, insieme ai tanti volontari, in poco tempo siamo riusciti a ristrutturare e inaugurare la nostra sede operativa. Un percorso fatto insieme per dar vita ad ARCI Roots, una nuova associazione culturale no profit.”

L’obiettivo dichiarato è quello di riuscire ad aggregare chi vive quotidianamente la realtà di Cellino San Marco offrendo un punto di ritrovo e aggregazione attraverso eventi ricreativi, sociali, culturali e artistici.

“Dal mese di maggio proponiamo corsi sia per i bambini che per gli adulti (corsi di musica, di scrittura creativa, per la lingua inglese, di beatmaking e workshop di danza) e vogliamo, attraverso questi momenti, prevenire e combattere ogni forma di discriminazione operando soprattutto nei punti più disagiati e dismessi del paese.”

Per raggiungere il risultato sperato tutti i soci hanno ideato e promosso anche un cineforum utile per approfondire, attraverso film e documentari, temi attuali e significativi generando momenti di discussione su bullismo, parità di genere, immigrazione ed accoglienza, antirazzismo e antimafia.

Un’altra iniziativa alla quale siamo particolarmente legati - promossa insieme al circo La Factory di San Pietro Vernotico - è ScampagnARCI, evento mirato alla sensibilizzazione dei nostri concittadini sull’abbandono dei rifiuti nelle campagne. Durante una delle ultime giornate di maggio, abbiamo ripulito interamente le zone più inquinate delle campagne grazie alla partecipazione di molti soci e volontari. Un esperimento che proveremo sicuramente a riproporre.”

ARCI Roots è anche street art e riqualificazione urbana e infatti Stefano racconta i dettagli relativi alla rivalutazione del palazzetto dello sport promossa grazie al comune di Cellino San Marco nel settembre del 2016:

“Abbiamo organizzato un grande evento dedicato interamente alle quattro discipline dell’hip-hop in cui i Writers di diverse crew importanti della zona hanno rimesso a nuovo due facciate del nostro Palazzetto grazie alla loro arte. In perfetto stile ARCI Roots, Bboys, Mc’s e Djs hanno intrattenuto il pubblico per l’intero pomeriggio fino a sera. Ad oggi, questa è sicuramente una delle iniziative più coinvolgenti ideate e realizzate a Cellino”

Gli eventi fatti sono tanti ma i progetti da realizzare sono ancora più ambiziosi:

“Durante questo intenso anno nel nostro circolo abbiamo cercato anche di far esibire tantissimi artisti della zona, djs e band, che hanno portato la loro musica a casa nostra dandoci la possibilità di creare situazioni di divertimento assoluto e che hanno raccolto un pubblico proveniente dall’intera provincia, ma anche da fuori. Il nostro impegno non può che essere quello di continuare a migliorare creando sempre più momenti di condivisione al fine di promuovere l’arte e la cultura partendo dal nostro piccolo paese.”

Nicola Giulivo intervista a Stefano Saracino

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Il freddo sole di febbraio non scaccia via immagini e sensazioni di un viaggio della memoria troppo forte per poter prendere una forma razionale, logica e ordinata su di un foglio bianco.

Scrivo di ritorno da Cracovia dove, grazie alla comunità viaggiante del Treno della memoria, dell'associazione Terra del Fuoco Mediterranea e del supporto di ARCI Brindisi, altre 350 vite si sono mischiate alla mia. Altre storie, altri mondi. È un bilancio bonario perché neanche la precisione di un calcolo aritmetico oggi potrebbe esprimere verità assolute ma, in fondo, questo è un viaggio contro la legge dei grandi numeri. Ho scelto di vivere nuovamente l'esperienza del treno della memoria accompagnando studenti e studentesse nei luoghi teatro di ingiustizie e atrocità allo scopo di scardinare dalla mia/loro mente - almeno per qualche istante - la Storia dalla "S" maiuscola per spostare l’attenzione - ancora una volta - sulle singole vite. Su vittime, carnefici e indifferenti.

 

Anche questa volta metabolizzo lentamente fatti storici a me già noti ma è giusto così; è giusto dar spazio alla complessità degli eventi che hanno preceduto e condotto ad Auschwitz. Ѐ doveroso porsi domande precise e faticose per prendere coscienza che il Male non nasce dal nulla, non si manifesta sporadicamente e che i meccanismi di rivalsa ed esaltazione di una classe verso un'altra sono l'anticamera dei capitoli più oscuri scritti nel tempo. E allora questo sfogo non vuole sottolineare la gravità dei fatti. Non aggiunge una riflessione storica e precisa della brutalità degli eventi. Non rivendica lo strazio delle vittime ma, semplicemente, vuole essere un mio personale promemoria prima di essere inghiottito nuovamente dalla routine quotidiana. È una spia pronta - spero - ad accendersi nei momenti di scelta. Perché sì, ogni giorno scegliamo. Ogni giorno scegliamo da che parte stare. Ogni giorno scegliamo di subire, assecondare o ignorare ciò che ci circonda.

 

Su questo tema ci si è confrontati con una comunità fatta da studenti provenienti da tutta la Puglia con storie e bagagli culturali diversi. Abbiamo ascoltato i loro dubbi, le loro curiosità. Abbiamo tentato di provocare le loro/nostre sicurezze invitando loro a non fermarsi alle nostre risposte, a contestarle e ad approfondirle. Abbiamo lasciato che si confrontassero, raccontassero i propri timori e le proprie insicurezze e, man mano, abbiamo visto crescere un gruppo. Abbiamo visto mani stringersi e vite abbracciarsi nei momenti più intensi e, di ritorno da questo viaggio, abbiamo visto una comunità forte e pronta a decidere da che parte stare in un momento storico nel quale si ritorna a promuovere con convinzione la costruzione di muri come unica soluzione a problemi umanitari.

 

Mai come oggi mi pare chiaro lo sforzo e l’impegno del Treno della Memoria e dell’associazione Terra del Fuoco Mediterranea impegnate, come tante altre realtà, a valorizzare e dar spazio al ruolo della memoria come monito futuro per evitare di ripetere gli orrori del passato. Mai come oggi mi pare chiaro lo sforzo e l’impegno di ARCI Brindisi che, quotidianamente, continua a lavorare sul territorio provinciale per difendere il valore della multiculturalità e che, inevitabilmente, non poteva che sostenere il viaggio della memoria

Nicola Giulivo

L’elogio del fare è sempre fuori luogo, perché fare è verbo transitivo, che si qualifica esclusivamente per il complemento oggetto che regge. Dunque si può fare il bene, ma anche fare un errore madornale.

La riforma costituzionale firmata da Renzi e Boschi non nasce dal nulla. È un passaggio fondamentale che, nella loro ottica, permette di chiudere con il passato ed aprire una nuova stagione politica e sociale nel nostro Paese. È il punto di arrivo di un percorso che, negli ultimi anni, ha portato all’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione, alla delegittimazione dei corpi intermedi, all’abolizione dell’art. 18, al Jobs Act. Viene da chiedersi che aspetto abbia questa nuova stagione politica e sociale.

Cresce l’indignazione, si chiede a gran voce un cambiamento, ma il cambiamento non è un elemento neutro.

Pare che il centro di tutto sia il problema della governabilità della democrazia. Le ragioni vengono esplicitate da JP Morgan nel maggio 2013: “Ci sono esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti e delle regioni, tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori, diritto di protesta se i cambiamenti non sono graditi.” La soluzione suggerita è chiara, vanno smantellati i diritti sociali. Non è certo un caso se la riforma viene sostenuta con convinzione da tutto il mondo industriale e finanziario, italiano ed internazionale. È una riforma d’élite, e come tale va valutata. I due blocchi non vanno valutati orizzontalmente, da destra a sinistra, ma verticalmente, dall’alto verso il basso.

Attenendosi scrupolosamente alla nota della JP Morgan, la legge di revisione incrementa in maniera significativa il potere del Governo a discapito del Parlamento e delle Regioni. Alla decretazione d’urgenza, all’iniziativa legislativa, alla legislazione delegata ed alla questione di fiducia si aggiunge il voto a data certa: i disegni di legge del Governo “indicati come essenziali per l’attuazione del programma” beneficeranno di una corsia preferenziale. Questa procedura è palesemente finalizzata ad imbrigliare il confronto parlamentare ed a limitare tempi e spazi nel dibattito della democrazia rappresentativa; ogni qual volta l’esecutivo lo riterrà indispensabile, potrà ricorrere al voto a data certa. Come se non bastasse, con l’introduzione della clausola di supremazia, il Governo potrà scavalcare gli altri organi istituzionali, invadere le loro materie di competenza ed imporre le proprie decisioni celandole dietro un soggettivo interesse nazionale.

In altre parole, la riforma affida la richiesta del voto a data fissa e la clausola di supremazia statale al Governo, chiudendo gli spazi alla dialettica politica e rendendo l’esecutivo padrone del procedimento legislativo e della relazione Stato-Regioni; prevede che la potestà legislativa sia trasferita sempre più al Governo, che avrà così il controllo dell’agenda parlamentare.

La riforma spacca in due il Paese, esattamente il contrario di quello che dovrebbe accadere in una fase costituente, e non è assolutamente da sottovalutare dato che smonta ben 47 articoli della nostra Costituzione. È bene fare una precisazione a monte: è inutile sottolineare che le riforme costituzionali andrebbero approvate con il più largo consenso possibile e, anche se il governo Renzi si è valso di un premio di maggioranza dichiarato incostituzionale, la scandalosa forzatura non è illegittima.

Tutto gira intorno al falso problema della scarsa governabilità. Chi ne parla vorrebbe un sistema in cui chi vince le elezioni sia libero di governare a piacimento sino alla successiva scadenza elettorale. Ciò riduce gli spazi di partecipazione democratica perché il popolo non avrebbe più modo di incidere, o almeno influenzare, tra un voto e l’altro le politiche portate avanti da chi riuscirà a conquistare il potere. La riforma salta i corpi intermedi, riduce drasticamente la rappresentatività, esclude chi non si adegua, porta ad una semplificazione verticale del campo politico ed al suo conseguente svuotamento. Col termine governabilità oggi si intende potere di comandare senza limiti, vincoli e contrappesi; nell’attuale contesto europeo, vuol dire neutralizzazione della vita democratica, vuol dire rapida e fedele esecuzione dei dettami dei mercati.

Le garanzie sono l’essenza del costituzionalismo: il suo obiettivo è sottoporre il potere a vincoli per evitare che chi lo esercita ne possa abusare soffocando i diritti; solo se i poteri dello Stato sono divisi tra organi diversi che si controllano a vicenda, possono essere garantite le libertà. Nella riforma l’equilibrio dei poteri è fortemente alterato a favore dell’esecutivo. La concentrazione dei poteri nelle mani del Governo e del suo capo esautorerà il Parlamento, neutralizzerà le istituzioni di garanzia ed indebolirà le autonomie regionali; la democrazia parlamentare si trasformerà in un sistema autocratico, verticalizzato e personalizzato, molto più di quanto accade in un normale sistema presidenziale.

La riforma sottoposta a referendum devasta l’assetto costituzionale ed incide profondamente sul suo disegno complessivo. Svuotando il Parlamento dalla rappresentanza, subordinandolo al Governo, distorcendo il voto popolare nell’elezione del capo, vi sarà un accentramento del potere decisionale ed una minore condivisione delle scelte importanti, anche in tema di diritti sociali e civili. Il meccanismo di delega ad un capo carismatico a cui affidare le sorti del Paese, cioè di ciascuno di noi, verrà irreparabilmente rafforzato.

Già oggi la stragrande maggioranza delle leggi approvate è di origine governativa e permettere a questa riforma di passare vuol dire legittimare il processo decostituente della democrazia partecipativa a favore di una fantomatica governabilità, che significa accentramento del potere nelle mani di pochi a discapito di molti, specialmente dei soggetti più deboli. Questa Europa, e tramite essa i mercati, chiede di sostituire la centralità del Governo (potere esecutivo) alla centralità del Parlamento (potere legislativo): investendo il capo del potere necessario, si realizzerà la governabilità necessaria per sottrarre capacità decisionale ai cittadini, mettere in secondo piano i loro diritti e realizzare il volere dei grandi poteri economici e finanziari.

Non era necessario ricorrere ad una riforma costituzionale per semplificare e velocizzare, sarebbe bastato modificare ed integrare i regolamenti parlamentari, anche se addirittura per il Financial Times il problema pare non essere questo: “L’Italia non ha bisogno di leggi approvate più rapidamente, ma di un numero minore di provvedimenti e di migliore qualità”.

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Luca Ruggiero - ARCI Brindisi